Studio sulle Relazioni Umane

...dell'altro Amore


La riflessione emersa davanti ad una cotoletta alla francese pone sul palmo del pensiero una teoria di grande interesse: l'amore provato per un'altra persona è veicolo di amore verso se stessi. Anzi è amore verso se stessi...a patto però che si consideri questo "me stesso" come l'essere umano in tutta la sua grandezza e universalità.

L'altra persona, secondo questa teoria, rappresenterebbe una componente della sfera psicologica dell'amante (un colore unico, una frequenza specifica) e costituirebbe un vettore esclusivo di scambio tra la sua interiorità consapevole e il campo immenso delle dinamiche possibili. L'interiorità dell'individuo sarebbe quindi un insieme infinito di legami biunivoci tra il suo fulcro identitario in divenire (identità dinamica) e le varie identità che egli conosce, siano esse ideali, umane, animali, naturali.

Il pericolo di questa teoria è che rischia di privare l'altro-di-questo-rapporto (l'amato) della propria identità, essendo posta come assunta la sua oggettività funzionale riguardo la produzione interiore dell'amante. 

È questo il modo in cui entra in scena il grave, nefasto e purtroppo diffusissimo fardello noto come Proiezione.

Considerando in funzione il sistema proiettivo attraverso il quale la mente razionale conosce (prima per mimesi e poi per esperienza diretta), il concetto di acquisizione di conoscenza passa necessariamente dal porre l'attenzione sull'oggetto dell'indagine conoscitiva piuttosto che sul soggetto che percepisce. Questo perché, mentre conosce, l'individuo agisce già se stesso senza necessità speculative (ovvero senza necessaria consapevolezza) attuando altresì una serie di pulsioni involontarie (ad esempio le attività biologiche) sulle quali può non prestare attenzione. 

Inoltre dalla volontà altrui può provenire un comportamento aggressivo, pericoloso, nocivo e quindi è comprensibile che si tenda a prestare maggiore attenzione a ciò che accade all'esterno piuttosto che all'interno della propria sfera d'azione.
Quindi si può supporre che l'uomo venga ragionevolmente educato a prestare maggiore attenzione a ciò che accade fuori di se piuttosto che dentro il proprio orizzonte percettivo.
Ma se ciò che accade esternamente non informa il nucleo percettivo del soggetto (l'identità dinamica) del proprio coinvolgimento in-crescita, avviene il doloroso arresto dello sviluppo psichico rappresento dalla perdita di responsabilità delle proprie azioni da parte del soggetto esperente a vuoto. 

Il soggetto non coinvolto nella propria esistenza (identità statica) comincia a perdere contatto con le sollecitazioni che la realtà gli sottopone e, tramite queste, con le risposte che ad esse può dare per continuare il dialogo energetico tra interiorità ed orizzonte psicologico esterno.
Succede quindi che, grazie ad un naturale meccanismo di autodifesa, per informare il soggetto della rimozione o della coazione a ripetere che si viene a manifestare a causa del blocco energetico di scambio, la psiche utilizzi la realtà percepita come palcoscenico sul quale porre costantemente la dinamica bloccata.

Il dramma funzionale (o proiettivo) si dipana quindi utilizzando le personalità degli altri (parenti, amici, amante, conoscenti) ad uso terapeutico per il soggetto imprigionato nell'ossessiva ciclicità del complesso "irreale" di blocco.

Avevano probabilmente ben compreso questo meccanismo di gerarchia proiettiva padri del teatro greco teorizzando e realizzando la dinamica psichica dello spazio scenico, tecnica espressiva volta ad estrarre chirurgicamente l'attenzione dal soggetto tramite gli strumenti del pathos drammaturgico.

Così la mano dell'autore, attraverso il corpo dell'attore in scena, diviene quella del medico che opera l'intervento di stimolo alla "presa di coscienza" dell'interiorità speculativa del theómenos (l'osservazione partecipe e distaccato dell'azione teatrale – si veda A.Tonelli, Sulle tracce della Sapienza).
Questo accumulo di attenzione, possibile per mezzo dell'artificio teatrale, è quindi appannaggio della scoperta dello spettatore  delle proprie reazioni riguardo agli accadimenti interiori ed esteriori. Mentre sulla scena accade una dinamica, che per definizione è trasformativa, nel momento in cui compartecipa emotivamente all'azione lo spettatore si può scoprire, dal modo col quale reagisce alla dinamica, vittima o padrone dello stesso accadimento.

Movimento indispensabile a questa indagine è lo sforzo autocritico aperto dalla domanda "quo ad me?" (come mi riguarda ciò che avviene in scena?) che l'azione recitata suggerisce senza posa.
Se lo spettatore subisce acriticamente l'accadimento teatrale perde l'opportunità preziosa di usare quel brano di realtà fittizia a vantaggio di una presa di coscienza ulteriore delle proprie caratteristiche psichiche. Essendo rito collettivo e sociale, il teatro muove il singolo a rapportarsi coll'altro nello studio delle reciproche caratteristiche psicologiche.
Risanata quindi la potenziale malattia della Proiezione, guarita attraverso il distacco apollineo dall'accadere travolgente vissuto comunque con dionisiaco trasporto, l'essere umano ha quindi modo, restando nella neutralità osservativa, di percepire nella tensione verso l'altro qualcosa di se che normalmente resta sopito nel giaciglio del possibile o rimosso dal terrore del crescere all'infinito.

Il bello, in questo caso l'amato o l'oggetto della tensione amorosa, può essere considerato veicolo principe dell'epifania erotica: Eros, figlio di Fame e Rimedio (si veda Platone, Simposio) genera nell'amante una febbre d'immortalità straripante (in quanto il bello è inesauribile, infinito) e con essa un magnetismo difficilmente gestibile dagli strumenti razionali a disposizione dei mortali.

Amare è entrare in contatto con qualcuno o qualcosa che si percepisce essere esempio e fonte di benessere, di bellezza, di gioia e appagamento superiori.

La tensione che nasce dall'ammettere in se stessi quest’attrazione può sfociare, nell'universo dell'amante, in due principali possibili conseguenze: la prima è la frustrazione del distacco da tanta fonte (Fame) mentre la seconda consiste nell'accettazione che questa esplosione energetica abbia come componenti elementi che in sostanza esistono già (Rimedio) all'interno della struttura psichica dell'amante stesso che, riconoscendoli in se, li conosce e si conosce.
Nella prima ipotesi si avrà come esito del "caso amoroso" una dipendenza dell'amato nei confronti dell'amante il quale potrà, se non innamorato a sua volta, tiranneggiare a suo piacimento la sventurata vittima di Cupido.

Nella seconda, la distanza neutrale permessa dalla grata consapevolezza dell'amante, che ammette di riconoscere nell'amato null'altro che l'attivatore di un più altro è nobile livello di sentimento, concederà ad entrambi i soggetti la libertà di conoscersi vicendevolmente per ciò che sono e divengono, senza incorrere nell'accecante, sterile e annullante proiezione di un'identità incompleta e mendìca.

“Amore libertà libera amando”.


                          R.B.

Terza stesura - Milano, 4 gennaio 2016

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